Da Rebibbia a Roma Tre per recitare Dante

COMUNICATO STAMPA 

·      Tre detenuti in regime di massima sicurezza, per la prima volta dopo quasi trent’anni, sono usciti per tre ore e sotto scorta dal carcere di Rebibbia per recitare l’Inferno di Dante;
·      Pietromarchi: “Crediamo nella pratica del teatro in carcere quale strumento di riscatto, quale elemento decisivo nella costruzione di un “ponte” tra la comunità penitenziaria e la società esterna. Un ponte che Roma Tre contribuisce da tempo a costruire con diverse iniziative che interessano il settore dell’esecuzione penale e con un particolare impegno rivolto allo studio e alla promozione delle esperienze teatrali penitenziarie”;
·       Ravasi: “Come affermava Dostoevskij, «la tragedia e la commedia sono sorelle e procedono di pari passo: tutte e due prese insieme aspirano a svelare la verità». Ed è ciò che Dante ha saputo creare e che gli attori di Rebibbia offriranno agli stessi studiosi del Poeta e agli studenti dell’Università Roma Tre”.
 
Roma, 25 novembre 2021 – Il teatro come occasione di riscatto, il carcere come luogo di redenzione e non più solo di detenzione, la pietas dantesca come viatico per una vita differente. E’ questo il messaggio che emerge dalla recita di tre canti dell’Inferno di Dante a cura di altrettanti detenuti in regime di massima sicurezza che, per la prima volta dopo quasi trent’anni, sono usciti per tre ore e sotto scorta dal carcere di Rebibbia per mettere in scena oggi all’Università Roma Tre un estratto di “Dante Alighieri latitante fiorentino”. L’autorizzazione è stata concessa nella forma del “lavoro all’esterno” e non del “permesso premio”, e ciò costituisce un importante riconoscimento della funzione riabilitativa dell’attività teatrale in carcere.
 
“Crediamo nella pratica del teatro in carcere quale strumento di riscatto, quale elemento decisivo nella costruzione di un “ponte” tra la comunità penitenziaria e la società esterna. Un ponte che Roma Tre contribuisce da tempo a costruire con diverse iniziative che interessano il settore dell’esecuzione penale e con un particolare impegno rivolto allo studio e alla promozione delle esperienze teatrali penitenziarie”, ha dichiarato il Rettore Luca Pietromarchi.
 
Fortemente voluta dall’Ateneo capitolino e con la regia affidata a Fabio Cavalli, la rappresentazione si inserisce nella più ampia cornice del convegno internazionale “Dante e le nuove questioni escatologiche” a cura della pontificia Commissione dantesca guidata dal Cardinale Ravasi e in programma a Roma Tre fino a domani.
 
“Nella civiltà di ogni popolo il teatro ha occupato sempre uno spazio importante. Lo è stato nell’arte attraverso le rappresentazioni, nella religione attraverso la liturgia, nella società stessa coi suoi rituali pubblici. Per questo è particolarmente suggestiva e significativa l’esperienza del teatro nel carcere di Rebibbia. Si è voluto porre al centro un’opera fondamentale per la cultura universale, la Divina Commedia, coi suoi interrogativi radicali che interpellano la coscienza, la comunità umana, il mondo nel quale siamo immersi. Come affermava Dostoevskij, «la tragedia e la commedia sono sorelle e procedono di pari passo: tutte e due prese insieme aspirano a svelare la verità». Ed è ciò che Dante ha saputo creare e che gli attori di Rebibbia offriranno agli stessi studiosi del Poeta e agli studenti dell’Università Roma Tre”, ha sottolineato il Cardinale Gianfranco Ravasi.
 
Protagonisti sul palco Filippo, Giovanni e Francesco, reclusi per associazione a delinquere e storici attori della compagnia del Teatro Libero di Rebibbia che, per poche ore, hanno potuto portare in scena a Roma Tre una lettura drammaturgica di Dante in dialetto. Il tutto è stato possibile perché ai tre detenuti è stato concesso di godere di un permesso all'esterno (art. 21 dell’ordinamento penitenziario), un riconoscimento prezioso per l’attività teatrale che portano avanti da anni: questi attori, infatti, hanno recitato anche nel film dei fratelli Taviani “Cesare deve morire”.
 
In scena i tre attori hanno recitato nel proprio dialetto di origine i Canti che Dante ha dedicato al Conte Ugolino, Ulisse e Paolo e Francesca. Tre traduzioni in napoletano, calabrese e siciliano per rendere ancora più realistico il parallelismo tra la condizione di condannati e quella di dannati. La rappresentazione indaga il rapporto tra peccato e reato, ma anche il concetto di pietas che permane nelle vite dei personaggi danteschi come in quelle dei detenuti, nell’Inferno come in carcere. Lo spettacolo, di forte impatto emotivo, ha offerto una drammatica illustrazione della grande opportunità di riabilitazione che il teatro, la lettura, Dante in particolare, può offrire a chi vive in stato di detenzione.

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