Roma Tre per il Giorno del Ricordo

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Roma Tre per il Giorno del Ricordo
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In questi giorni di violenze inaudite perpetrate in tante aree del mondo, allorché le ragioni dei contendenti, quali che siano, finiscono tutte con l’essere stravolte dall’odio e dal puro spirito di vendetta, il nostro Ateneo – che del ripudio di ogni forma di violenza fa uno dei suoi valori fondamentali – celebra il Giorno del Ricordo, una ricorrenza (istituita con la legge n. 92 del 2004) che plasticamente esemplifica come odio e violenza generino sempre odio e violenza e come questa drammatica dinamica circolare finisca sempre per colpire anche gli inermi e gli innocenti.
Nell’aprile del 1941 l’Italia, insieme alla Germania, attaccò la Jugoslavia. Dopo la resa del suo esercito, essa fu smembrata. Nel contesto di una sanguinosa guerra civile specie tra serbi e croati, si sviluppò una crescente attività di resistenza agli occupanti. Ne venne, sia da parte tedesca ma anche specificamente italiana, una dura repressione. Si ebbero stragi e campi d’internamento, dei quali, per la parte italiana, il più tristemente noto fu quello dell’isola di Arbe che ospitò migliaia di prigionieri, molti dei quali non sopravvissero agli stenti. Inoltre, si tentò una politica di italianizzazione forzata di territori nel frattempo annessi. L’8 settembre 1943 rovesciò i rapporti di forza. Dissoltosi il Regio esercito, prese corpo la prima ondata di violenze persecutorie contro le minoranze italiane, seguita dalla seconda, assai più corposa, nel maggio1945 e oltre, realizzatasi quando le formazioni partigiane, alias le truppe jugoslave, penetrarono nella Venezia Giulia valicando i confini dell’anteguerra.
È in questo quadro di incontrollata violenza che si inserisce la drammatica pagina delle “foibe”, grandi cavità o inghiottitoi carsici nei quali furono gettati migliaia di italiani, spesso ancora in vita. Fu barbara vendetta, ma anche pulizia etnica finalizzata a portare i confini della nuova Jugoslavia il più possibile verso occidente.
Queste stragi non possono dimenticarsi e hanno opportunamente trovato, negli ultimi decenni, giusta attenzione nelle politiche nazionali della memoria. Pensiamo in particolare alla “foiba” di Basovizza, un pozzo artificiale profondo 200 metri non lontano da Trieste, ove nel 1945 venne gettato un gran numero di italiani, che nel 1992 è stata dichiarata monumento nazionale con decreto del Presidente della Repubblica.
Al massacro delle “foibe” seguì l’esodo giuliano-dalmata, ovvero l’emigrazione forzata della maggioranza dei cittadini di etnia e di lingua italiana di Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, territori del Regno d’Italia occupati dall’Esercito Popolare di Liberazione e poi annessi alla Jugoslavia dopo i trattati di pace del 1947. L’esodo coinvolse non meno di 250.000 italiani. Secondo i tristi canoni delle pulizie etniche, balcaniche e non solo, una parte minore della popolazione italiana fu massacrata e alla stragrande maggioranza, intimidita e terrorizzata, non restò che fuggire. La vicenda ebbe una consistente coda nel 1947, con l’abbandono di Pola da parte di circa 30.000 italiani al momento del formale passaggio della città alla Jugoslavia in forza del Trattato di pace.
Il nostro Ateneo non dimentica la tragedia giuliano-dalmata e fa sue le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi in occasione del Giorno del Ricordo del 2006:
«L’Italia non può e non vuole dimenticare: non perché ci anima il risentimento, ma perché vogliamo che le tragedie del passato non si ripetano in futuro. La responsabilità che avvertiamo nei confronti delle giovani generazioni ci impone di tramandare loro la consapevolezza di avvenimenti che costituiscono parte integrante della storia della nostra patria. La memoria ci aiuta a guardare al passato con interezza di sentimenti, a riconoscerci nella nostra identità, a radicarci nei suoi valori fondanti per costruire un futuro nuovo e migliore.
L'odio e la pulizia etnica sono stati l’abominevole corollario dell’Europa tragica del Novecento, squassata da una lotta senza quartiere fra nazionalismi esasperati.
La Seconda guerra mondiale, scatenata da regimi dittatoriali portatori di perverse ideologie razziste, ha distrutto la vita di milioni di persone nel nostro continente, ha dilaniato intere nazioni, ha rischiato di inghiottire la stessa civiltà europea.
Questa civiltà – alla quale noi italiani abbiamo dato, nel corso dei secoli, uno straordinario contributo intellettuale e spirituale – è fatta di umanità, rispetto per “l’altro”, fede nella ragione e nel diritto, solidarietà. Le prevaricazioni dei totalitarismi non sono riuscite a distruggere questi principi: essi sono risorti, più forti che mai, sulle devastazioni della guerra; hanno cementato la volontà degli europei di perseguire, uniti, obiettivi di pace e di progresso».
 
 
Paolo Carusi
Coordinatore del Gruppo di Lavoro di Ateneo per le Attività connesse alla Public History e alle Public Memories